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Ricerche in corso

27 Mar 2026, ore 09:30

La Storia in Piazza XV edizione

Presiede Alessandro Grelli 

Prima Sessione 9.30-11.30

Discussant: Achille Marotta 

Roberto Larrañaga
Natura contro Storia. La temporalità della razza nel pensiero del rigenerazionismo spagnolo (ca. 1890-1914)

L’ultimo decennio del XIX secolo e il primo del XX secolo costituiscono un periodo di espansione imperiale per diverse potenze europee. Non fu così per la Spagna, che nel 1898 perse la guerra contro gli Stati Uniti e, di conseguenza, ciò che restava del suo impero d’oltremare. Il sentimento di crisi nazionale si era consolidato già diversi anni prima del “disastro”, favorendo la proliferazione di saggi dedicati all’esame della storia della Spagna, al momento dell’inizio del suo presunto declino e alle possibili vie di modernizzazione del Paese. Sono gli anni di un movimento intellettuale noto come “rigenerazionismo” e di un grande dinamismo culturale che è passato alla storia come la “Generazione del ’98” (Unamuno, Baroja, Azorín, Maeztu, Machado…).

La saggistica di questo periodo, così come la letteratura in generale, rappresentò un pensiero essenzialista (e spesso un’invenzione) sull’«essere della Spagna». La natura occupa un ruolo di rilievo in questa riflessione introspettiva. Da un lato, non sono rare le considerazioni sulla “razza spagnola”, portatrice di una serie di caratteristiche che i rigenerazionisti volevano “recuperare” e rafforzare tra i loro concittadini. Dall’altro lato, la natura è alla base di una serie di temi come la rigenerazione (paesaggistica, vegetale) del territorio nazionale e persino la naturalizzazione dei contadini.

Questa presentazione ha lo scopo di analizzare nel dettaglio il ruolo della nozione di natura nei diversi modi in cui la rigenerazione della Spagna è stata concepita. Studieremo un insieme eterogeneo di fonti primarie scritte in questo periodo di crisi, che comprende saggi storici e filosofici, romanzi e persino poesie. È chiaro che i testi oggetto di analisi si nutrono delle principali tendenze culturali di fine secolo e che, pertanto, la loro riflessione intellettuale va oltre il contesto nazionale, nonostante questo sia il loro tema principale. Più specificamente, ci concentreremo su come un gruppo di intellettuali concepì la natura come portatrice di una temporalità diversa dalla linearità storica. Lungi dall’esaltare le glorie dell’impero spagnolo, i rigenerazionisti ritenevano che la storia costituisse un fardello da superare per ringiovanire la razza. Oltre a un certo “ritorno alla campagna”, pensavano alla circolarità e all’eternità della natura come chiave per una rinascita collettiva.

Roberto Larrañaga è nato a Città del Messico nel 1990, dove ha frequentato il Liceo Franco-Messicano. Ha conseguito una laurea in Relazioni internazionali presso El Colegio de México e la sua tesi sulla storia del secondo intervento francese in Messico ha vinto, nel 2015, il Premio Genaro Estrada del Ministero degli Affari Esteri messicano. In seguito, ha conseguito una laurea magistrale in Storia presso l’Università dei Paesi Baschi in Spagna. Dopo aver lavorato come insegnante di storia e geografia, ha conseguito il dottorato in Storia presso l’Istituto Universitario Europeo nel 2025.

Clotilde Brandone
‘La repubblica delle farfalle’. ‘Naturale’ e ‘innaturale’ nella letteratura per l’infanzia sulla Shoah in Italia (1988-2018)

Il contributo, derivante dal mio progetto dottorale in corso, propone una disamina, alla luce del binomio naturale/innaturale, della letteratura per l’infanzia sulla Shoah pubblicata in Italia tra il 1988 e il 2018. All’interno di questa produzione culturale, a livello sia testuale sia iconografico, la natura è un forte richiamo che orienta la rappresentazione di quella memoria, assumendo significati di volta in volta parzialmente differenti. Essa appare innanzitutto come un’armonia brutalmente violata dal potere biopolitico del totalitarismo nazifascista, il cui impatto, soprattutto nelle illustrazioni per l’infanzia, appare sotto forma di innaturale annientamento dei corpi, raffigurati nella loro sofferenza.

Allo stesso tempo, però, dall’analisi di questi libri emerge una contrapposizione tra il “male” rappresentato da artefatti umani (stelle di stoffa, divise, treni, baracche, filo spinato) e il “bene” rappresentato da elementi naturali (farfalle, uccelli, fiori, alberi, cielo, stelle). Per esempio, le farfalle in volo sopra il filo spinato, simbolo di femminilità, bellezza, trasformazione, speranza, resilienza e rinascita, sono diventate un universale simbolo vitalistico legato a quella memoria: rappresentano un “attaccamento alla vita”, una “vittoria biopolitica”, della natura e della vita, su un regime che le aveva negate. Non è un caso che in Italia la farfalla sia diventata un elemento cruciale nella testimonianza della senatrice Liliana Segre, soprattutto nel suo invito alle nuove generazioni a costruire un futuro di pace e libertà, combattendo la discriminazione e l’indifferenza.

La natura è, pertanto, veicolata ai bambini come un potente richiamo a universali valori sia politici quali la democrazia, la pace, la libertà, sia etici quali la solidarietà, l’amore e la cura verso il prossimo. Lo scontro tra “naturale” e “innaturale” risiede proprio nel rapporto tra valori immaginati come “fissi” e immutabili da un lato, e cambiamenti socio-politici percepiti come “innaturali” dall’altro. La natura è concepita sia come imperativo etico-politico soggiacente a qualsiasi deriva delle società, sia come un’essenza intrinseca dell’uomo. In relazione al contesto italiano, questo si traduce in una semplicistica contrapposizione tra “bravi italiani”, immaginati per natura “buoni” e moralmente ineccepibili, e un “Altro”, talora il “cattivo tedesco” o la “mano oscura del destino della storia”, percepito come “innaturale” e ai cui effetti finiamo per sentirci e autoproclamarci pressochè estranei. Il rischio di questa polarizzazione è certamente di non fare correttamente i conti con la reale complessità della vicenda storica e le nostre responsabilità, individuali e collettive.

Laureata magistrale in storia contemporanea presso l’Università di Genova, Clotilde Brandone è attualmente dottoranda nello stesso ateneo con un progetto di ricerca dal titolo ‘La repubblica delle farfalle. La memoria della Shoah nella letteratura per l’infanzia in Italia (1988-2018)’. Dal gennaio al marzo 2026 è stata Visiting Student presso il dipartimento di Italian Studies dell’Università di Cambridge, sotto la supervisione del prof. Robert S. C. Gordon. I principali interessi di ricerca riguardano la memoria italiana della Shoah e i suoi usi nella cultura di massa.

Cecilia Sensi
Mostruosità, vampirismo, disabilità: la costruzione dell’”innaturale” nei corpi giacobini dopo il 9 Termidoro

Questo intervento analizza il modo in cui il corpo snaturato e deformato – sul piano morale come su quello fisico – venne impiegato nella propaganda anti-giacobina successiva alla morte di Robespierre e dei suoi più stretti collaboratori il 27 luglio 1794 (10 Termidoro anno II). Attraverso l’esame di tre diverse tipologie di fonti (l’autobiografia di Madame Tussaud, i drammi teatrali del 1795, e i pamphlet antigiacobini successivi a Termidoro), mostrerò come i corpi dei giacobini, Robespierre fra tutti, furono deformati nella loro rappresentazione secondo diversi meccanismi: l’animalizzazione, l’associazione a forme aberranti di socialità come il vampirismo o il cannibalismo, e l’interpretazione della disabilità fisica come indice di deformazione morale. Lo scopo di questo processo era di privare progressivamente gli attori rivoluzionari della loro umanità, trasformandoli in aberrazioni innaturali e incompatibili con il genere umano. Di volta in volta, Robespierre e i suoi alleati giacobini diventano vampiri assetati di sangue, esseri i cui corpi difettivi esprimono le loro mancanze morali, bestie feroci prive di ragione e sentimenti umani. Il corpo non-normativo diviene così il simbolo di una potenzialità di caos e di annientamento della comunità, un Altro radicale cui non può essere estesa la compassione riservata a tutti i membri della comunità umana. Gli strascichi della teoria ippocratica-galenica degli umori, le nuove forme di ritratto “autentico” come la fisionotraccia o le statue di cera delle celebrità, i dibattiti sui confini tra umano e non umano, naturale e innaturale si intrecciano con l’intento esplicitamente politico di delegittimare gli attori della Rivoluzione democratica non solo sul piano intellettuale e morale, ma anche su quello emotivo e corporeo. In controluce, le deformazioni corporee applicate ai corpi giacobini rivelano molto delle angosce riguardanti le gerarchie sociali, di genere, di classe e persino di specie tipiche degli anni 1794-1799, e mostrano la necessità di costruire un nemico mostruoso che incarnasse tutto ciò che la nuova repubblica desiderava escludere: la deviazione dalle norme di mascolinità, pratiche emozionali inaccettabili, pratiche economiche sospette e mancanza di prestanza fisica. Un’analisi di questo tipo consente di interrogare anche il mondo contemporaneo su temi come l’uso e l’abuso nella rappresentazione del corpo delle figure pubbliche, i confini permeabili tra privato e pubblico, le norme di genere, abilismo e classe che continuano a influenzare le strategie di rappresentazione e autorappresentazione del corpo.

Dopo una prima laurea in Archeologia e Storia Antica, Cecilia Sensi ha conseguito una seconda laurea magistrale in Scienze Storiche presso l’Università di Torino con una tesi sulla vulnerabilità nella produzione di Maximilien Robespierre. Attualmente è dottoranda al primo anno del Dottorato in Scienze Archeologiche, Storiche e Storico-artistiche presso l’Università di Torino, con un progetto incentrato sull’immagine del corpo vulnerabile nel discorso culturale rivoluzionario (1792-1794).

Ginevra Villani
Venghino, signori venghino! Questa sera spettacolo straordinario: una scimmia che prende il tè e un esquimese in gabbia. Naturalità e innaturalità nello spettacolo popolare tra Sette e Ottocento

L’intervento si propone di esplorare il rapporto tra la società sette-ottocentesca e le forme di intrattenimento popolare che animavano gli spazi pubblici della penisola italiana in epoca preunitaria, intendendo con tale generalizzazione quel caleidoscopico mondo costituito da circhi, saltimbanchi girovaghi, fiere con prodigi e mostri della natura, spettacoli di marionette e burattini, serragli di bestie esotiche e altre meraviglie. Attrazioni spettacolari che furono un brulicante laboratorio di codici narrativi destinati ad avere lunga fortuna, contribuendo a definire dal basso e dai margini gli immaginari della comunità: dall’esotismo all’erotismo, dalla definizione del selvaggio sino ad un fascino quasi incontrollabile per il grottesco.

In questo teatro del meraviglioso, il naturale e l’innaturale, il prodigioso e il mostruoso venivano continuamente messi in questione, esibiti e sovente sovvertiti. Mentre scienza, filosofia naturale e antropologia dibattevano i confini sempre molto labili tra umanità e animalità, le pratiche dello spettacolo popolare li rovesciavano infatti con gran disinvoltura. Non era infrequente trovare, nella spettacolarità effimera, animali umanizzati e abbigliati con eleganti marsine e pizzi, che prendevano il tè o passeggiavano con ombrellini o inscenavano rocambolesche battaglie napoleoniche. Scimmie e cani resi insomma protagonisti di pantomime esotiche, esibizioni curiose e piccole epopee circensi. Specularmente, altrettanto diffuse e amate dal pubblico, erano le esibizioni di corpi umani percepiti come “altri” – atipici, deformi, esotici ed eccedenti la norma – che venivano invece esposti secondo gli stessi codici riservati alle bestie rare: ingabbiati, raccontati e offerti a uno sguardo che oscillava fra curiosità scientifica, consumo spettacolare, celebrità e inquietudine.

È in questo gioco di specchi, nelle sue ambivalenze e nei suoi scarti che si inserisce la riflessione proposta, che intreccia materiali d’archivio e resoconti giornalistici con un corpus visuale fatto di numerose locandine, illustrazioni e pamphlet. L’obiettivo è comprendere come queste pratiche spettacolari abbiano funzionato insieme da laboratorio di immaginari e da dispositivo di classificazione, contribuendo a fissare gerarchie, categorie e regimi di sguardo attraverso cui la società dell’epoca ordinava la propria relazione con la diversità, con ciò che considerava naturale e con il meraviglioso.

Ginevra Villani è dottoranda in Studi Storici, Geografici e Antropologici presso l’Università di Padova – Ca’ Foscari di Venezia in cotutela con l’École des hautes études en sciences sociales. Il suo progetto di ricerca, dal titolo: Le piazze dei miracoli. Circhi, saltimbanchi e altre meraviglie nell’Italia dell’ Ottocento mira a ricostruire il rapporto tra la società ottocentesca e l’intrattenimento popolare negli spazi pubblici della penisola italiana.

Seconda Sessione 11.50-12.30  

Discussant: Francesco Cassata

Alexandre Claude
Pensare il naturale in città o lo sviluppo della storia naturale nell’Italia dell’epoca moderna

La geologia urbana (urban geology) dimostra che si può pensare, capire e studiare i materiali della Terra camminando in città. Le rocce e i minerali sono ugualmente naturali sul camino di una montagna che sul pavimento di una metropoli, e talvolta, così intagliati e levigati, le loro caratteristiche fisiche si vedono meglio. A partire da questo esempio possiamo chiederci: come comprendere il naturale? Si tratta del materiale stesso? Dell’ambiente in cui si trova? O della definizione che ne dà la scienza? O della prospettiva con la quale le cose si osservano?

La mia presentazione prenderà le pietre come oggetti di studio per pensare il naturale. Durante la prima età moderna, l’ambiente naturale, benché diventasse un luogo di studio scientifico, rimase solo uno dei luoghi in cui le rocce e i minerali venivano studiati. Le città, con le loro piazze, chiese, palazzi e collezioni, erano anche luoghi di studio ed osservazione della natura minerale. I viaggiatori ed i curiosi hanno lasciato traccie scritte che ci permettono di capire cosa guardavano e a che fine, in particolare in luoghi (come chiese o palazzi) che gli storici considerano tradizionalmente lontani dallo sviluppo della scienza. Seguendo lo sguardo di questi curiosi, vedremo che città come Roma, Firenze, Venezia, Bologna o Napoli (centri per i quali abbiamo più tracce) non solo permisero un incontro di studiosi o lo sviluppo di strumenti d’osservazione della natura, ma furono anche una fonte ricca per reperire elementi naturali e per pensare, in modo più preciso, il naturale. Le persone istruite e curiose si fermavano certo nelle collezioni dette naturalistiche, come quelle di Ulisse Aldrovandi a Bologna, Michele Mercati a Roma, Ferrante Imperato a Napoli, o ancora quelle nell’orto botanico di Pisa. Si tratterà però di mostrare, primo, che questi luoghi facevano parte di una rete più ampia di luoghi dove le pietre erano osservate; e secondo, che le rocce e i minerali in queste collezioni naturali non erano completamente naturali. Erano già stati estratti, colletti, raccolti, imballati, ordinati, maneggiati, nominati, ecc. Il naturale si presentava quindi sotto una forma culturale che ne modificava l’apprensione.

Gli esempi selezionati serviranno quindi a problematizzare la frontiera tra il culturale e il naturale dal punto di vista degli attori storici considerati, per infine problematizzare il nostro rapporto attuale al naturale.

Alexandre Claude è predoctoral fellow alla Bibliotheca Hertziana di Roma e dottorando in Storia all’European University Institute di Firenze. Il suo progetto di ricerca analizza la conoscenza delle pietre, e in particolare il ruolo dell’osservazione e della lavorazione artigianale nel processo di comprensione del mondo minerale intorno al 1600. Ha studiato in precedenza all’università di Vienna, all’École des hautes études en sciences sociales e all’École du Louvre a Parigi.

Edoardo Capurro e Victoria Ferrari
Contro Natura. Definizioni instabili per corpi innaturali nell’arte contemporanea

Che cosa definiamo “naturale”? In ogni cultura gli esseri umani hanno chiamato in causa la natura per avvalorare o difendere modelli sociali e principi morali. Il nostro intervento assume la forma di un glossario visivo e critico ispirato agli Appunti per un dizionario delle amanti (1976) di Wittig e al Rapporto contro la normalità (1971) del FHAR: due testi che mostrano come il dizionario non si configuri come strumento neutrale, ma come dispositivo culturale egemonico, capace di stabilire ciò che una società ritiene pensabile, dicibile e dunque naturalizzato. Attraverso una selezione di opere dagli anni Settanta ai Duemila, interroghiamo le voci naturale, normale, artificiale, post-umano, innaturale/contro natura, mostruoso, mostrando come l’arte contemporanea abbia costantemente destabilizzato tali categorie e griglie interpretative.

Tre sezioni corrispondenti ad altrettante stagioni artistiche illustreranno, o smentiranno, una coppia di definizioni. La corporeità è il primo terreno di contestazione: dalle performance femministe alle autorappresentazioni critiche di Marcella Campagnano (L’invenzione del femminile, 1974) e Tomaso Binga (Oggi spose, 1977), il corpo femminilizzato appare come costruzione sociopolitica e archivio di relazioni, contro ogni pretesa naturalità di ruoli (sessualità, maternità, identità).

Accanto a questa genealogia femminista, l’immaginario post-umano mette in scena altre – forme di innaturalità e decentramento dell’umano (Scotini 2019): la carne potenziata di Stelarc, gli organismi transgenici di Eduardo Kac (GFP Bunny, 2000), i corpi ricombinati di Linda Dement (Cyberflesh Girlmonster, 1995). Oltre ad aggiungere corpi animali, non umani, all’iconografia della riflessione sui corpi; queste pratiche rendono porosa la distinzione tra naturale e artificiale, vivente e tecnologico, suggerendo – come ricorda la critica ecologista – che ciò che chiamiamo “artificiale” è spesso una trasformazione della materia operata da un punto di vista antropocentrico.

La categoria di mostruosità, riletta da Preciado, Braidotti e dalla critica femminista, diventa allora uno strumento politico: il mostro come specchio della comunità che lo produce, come soggettività che eccede la norma, minando le gerarchie di genere e decentrando l’umano. Le body extensions di Rebecca Horn o l’Orlanoide (2018) di Orlan incarnano questa oscillazione continua fra umano e altro-da-umano.

Il nostro glossario intende così proporre un percorso accessibile attraverso le trasformazioni con cui l’arte contemporanea – femminista, post-umana, ibrida – ha ridefinito ciò che chiamiamo natura, o contronatura (Alì e Grasso 2025): non un dato, ma un campo di battaglia semantico, estetico e politico.

Edoardo Capurro è dottorando in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi Genova, la mia ricerca si concentra su un arco temporale che copre gli ultimi sessanta anni e, in particolare, le esperienze che hanno messo in discussione la divisione binomiale tra natura/cultura e umano/non umano. Ho pubblicato un articolo sulla rivista online Open Cultural Studies analizzando la pratica dell’artista coreano-statunitense Anicka Yi e mettendola in relazione con le tesi della filosofa statunitense Donna Haraway, dal titolo Becoming-with in Anicka Yi’s artistic pratice; e un articolo sul Bollettino Telematico dell’Arte, dal titolo Sistema Liminal: quando la finzione speculativa è un nuovo mondo possibile, sulla mostra di Pierre Huyghe del 2024 tenutasi presso Punta della Dogana a Venezia, mettendone in risalto le caratteristiche speculative – ovvero di generare e immaginare nuovi rapporti con il reale.

Victoria Ferrari è dottoranda in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Genova, la mia ricerca indaga le pratiche artistiche femministe nel contesto italiano degli anni Settanta e la loro ricezione nel terzo millennio, con particolare attenzione alla corporeità come luogo politico e alle forme di autorappresentazione nelle arti visive. Negli ultimi due anni ho collaborato a progetti di ricerca, didattica e divulgazione presso l’Adac (Archivio d’Arte Contemporanea) di Genova; co-curato la mostra “Quasi come scrivere fiori. Astrazione in Liguria” (Sanremo 2024); lavorato come assistente per le ultime edizioni di Artissima Internazionale d’Arte Contemporanea di Torino. Ho pubblicato uno studio ragionato sulle artiste internazionali rappresentate nelle gallerie genovesi negli anni Settanta (contributo al volume A partire da una mostra, Sagep 2025).

Discussant: Ilaria Bonacossa 

a cura di

quando

venerdì 27 marzo 2026, dalle ore 9.30

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