Salta al contenuto

Ricerche in corso

26 Mar 2026 — 27 Mar 2026, ore 14:30

La Storia in Piazza XV edizione

Presiede Daniele Cal 

Prima sessione 14.30-16.30

Barbara Trojanowska
Definire l’innaturale: discorsi sull’omosessualità nella Galizia asburgica di primo Novecento

Questo paper analizza l’intreccio tra ordine giuridico, medico e popolare nel discorso sugli “atti contro natura”, mettendo in luce la specificità della produzione discorsiva sviluppatasi nella periferia dell’Impero asburgico. Al centro dell’indagine si trova la stampa galiziana – popolare, giuridica e medico-specialistica – come spazio di sedimentazione, rielaborazione e diffusione di tali categorie.

L’espressione “vizio contro natura” funzionava nella stampa popolare come un termine autosufficiente, non bisognoso di chiarimenti. Ancora agli inizi del Novecento, nella stampa polonofona ricorreva più frequentemente dei termini come “sodomia”, “pederastia”, “omosessualità” o “lesbianismo”. Era generalmente compreso come riferimento ai rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso, sebbene l’immaginario implicito riguardasse per lo più due uomini. La sua estensione semantica ufficiale, definita in termini legali, era tuttavia più ampia: il codice penale austriaco del 1852, al §129, qualificava il “vizio contro natura” come rapporti con animali e rapporti “con persone dello stesso sesso.”

La mancanza di una distinzione tra uomini e donne nel discorso legale offre un terreno utile per analizzare in seguito cosa si intendesse con “l’innaturale”. Nella stampa giudiziaria si trovano alcune elaborazioni riguardo al “reato di lesbianismo” perseguito ai sensi del §129. Tuttavia, nella prassi giudiziaria le donne venivano raramente perseguite. Parallelamente, anche i medici intervenivano nella stampa specialistica galiziana, contribuendo a un’ulteriore codificazione del concetto di “vizio contro natura”. A sua volta, la stampa popolare presentava regolarmente storie d’amore tra due donne utilizzando un linguaggio esplicito ed elevato, senza tuttavia ricorrere al termine “contro natura”.

Queste dissonanze sollevano interrogativi sulla concretizzazione del concetto nel caso di relazioni tra donne e su quali forme di sessualità femminile fossero incluse o immaginate come “innaturali”. Ricostruire in che modo il concetto si sia esteso alle donne implica riconsiderare la sua origine storica, legata a pratiche sessuali non riproduttive. A sua volta, la riflessione sul ruolo delle donne in questo discorso offre nuove prospettive sulla definizione dell’innaturale in relazione all’omosessualità maschile.

Attraverso l’esame comparativo della stampa popolare, medica e giuridica, il paper mostra come la Galizia, in quanto periferia dell’Impero asburgico, costituisca un osservatorio privilegiato della migrazione e del progressivo ampliamento semantico del concetto di “contro natura”. Tale processo rivela come categorie ereditate dalla tradizione religiosa siano state rifunzionalizzate nella modernità popolare, giuridica e scientifica, contribuendo a strutturare in profondità il discorso sull’omosessualità tra Ottocento e Novecento.

Barbara Trojanowska è ricercatrice al secondo anno di dottorato presso l’Istituto Universitario Europeo. Si è laureata all’Università di Varsavia, dove ha seguito un programma congiunto in antropologia culturale e cultura e lingua italiana presso il College of Interdisciplinary Individual Studies in Humanities and Social Sciences. Ha seguito corsi presso l’Università Ca’ Foscari a Venezia e l’Università di Bologna. Il suo progetto di dottorato esplora la vita delle donne che amavano altre donne tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in Polonia sotto il regno austriaco.

Alberto Rizzelli
La naturalizzazione del femminicidio nell’Italia unita

Il concetto di genere è stata una delle categorie maggiormente interessate dai processi di de-essenzializzazione generati dalla svolta culturale (Schettini, 2023), ma solo di recente ne sono stati analizzati i riflessi sul fenomeno della violenza di genere (Donato, Ferrante, 2010). Questo nuovo filone, a fronte di una lunga tradizione di studi sulla costruzione dell’inferiorità femminile, ha invece focalizzato l’attenzione sulla maschilità, svelando il peso giocato nella lunga durata dall’idea di ordine familiare e simbolico, dall’ossessione per il controllo della sessualità femminile e dalla socializzazione maschile all’esercizio della violenza (Feci, Schettini, 2017). È dunque emersa la centralità del diritto, delle emozioni e delle rappresentazioni come costruzioni socio-culturali per indagare alcuni nodi chiave della storia del femminicidio quali la dimensione familiare, i codici dell’onore e dell’amore, il concetto di follia, il ruolo delle rappresentazioni e degli spazi dell’autodifesa (Rizzo, Schettini, 2019).

Questo intervento interroga il processo di naturalizzazione nel soggetto maschile di quel tipo di violenza che oggi nominiamo femminicidio attraverso il caso di studio dell’Italia postunitaria. Le dinamiche di nation-building in atto in questa fase storica inducono infatti a guardare alle principali arene di elaborazione giuridica, scientifica, culturale e sentimentale. Per questo motivo vengono analizzati i discorsi e le perfomance relativi all’uxoricidio nei processi penali, nelle scienze giuridico-criminologiche, e nelle cronache e nei drammi teatrali, impiegando come fonti rispettivamente le cause di Corte d’assise, i trattati di giurisprudenza e psichiatria, gli articoli del «Messaggero» e l’opera lirica verista.

Schematizzando le narrazioni ricorrenti in questi àmbiti, emergono, con ritmi e distribuzioni diverse, tre costellazioni discorsive riconducibili all’amore, all’onore e alla follia, ognuna delle quali àncora la violenza al corpo maschile in modo peculiare. Inoltre, trasversalmente alle fonti e alle retoriche, uno stereotipo si impone con precisione: quello dell’uomo – il marito tradito, fidanzato lasciato, il pretendente respinto tendenzialmente giovane – che uccide la donna amata per un’incontenibile «passione» (di solito romantica, ma anche legata all’onore o scaturita dalla pazzia). Inglobando attributi atavici e caratteri moderni, l’omicida per passione gode delle attenuanti del Codice Zanardelli e della criminologia positivista come della simpatia di giurie popolari, giornalisti e spettatori. In altre parole viene legittimato tanto nel campo della speculazione teorica quanto in quello dell’opinione pubblica, le quali con formule lessicali, dispositivi retorici e filtri mediatici diversi riconducono il delitto a un’emozione sconvolgente che provoca un impulso fisico (cardiaco e allo stesso tempo cerebrale) «naturalmente» sfociante nell’aggressione letale.

Alberto Rizzelli è dottorando in Studi storici presso le Università di Padova e Ca’ Foscari Venezia con un progetto che indaga i casi celebri di uxoricidio nell’Italia della belle époque. Si è laureato all’Università di Padova, che gli ha conferito il premio “Elisa Valent” per la sua tesi sulle rappresentazioni del femminicidio nel melodramma verista. Ha svolto periodi di studio e ricerca presso l’European University Institute e le Università di Stoccolma e Cambridge. Collabora con il programma Passato e Presente (Rai 3, Rai Storia) ed è membro fondatore del working group Storie di Sessualità e Genere.

Marika Giati
Donna e natura nell’ecofemminismo di Françoise d’Eaubonne 

L’obiettivo di questo contributo è individuare alcuni nodi concettuali che hanno segnato la critica femminista del “naturale” in relazione al concetto di donna nell’opera di Françoise d’Eaubonne. Fondatrice e militante del Mouvement de libération des femmes e del Front homosexuel d’action révolutionnaire, la femminista francese è conosciuta soprattutto per aver coniato il termine “ecofemminismo”. La storiografia non le ha invece ancora riconosciuto di aver introdotto un’altra espressione fondamentale del femminismo, quella di “patriarcato capitalista”, solitamente attribuita a Maria Mies (1980).

Il primo nodo concettuale che vuole essere affrontato riguarda il modo assolutamente originale attraverso cui d’Eaubonne (1974) critica la naturalizzazione del dominio maschile introducendo una scissione nel concetto di donna: la definizione di féminitude – insieme di qualità naturali attribuite dallo sguardo dell’uomo – e di féminité – il rifiuto di questo presunto “naturale” – le consente di mostrare come la differenza sessuale sia stata usata storicamente e politicamente per definire e legittimare ruoli e gerarchie sessuali e di genere (1951). Il secondo nodo concettuale riguarda la natura e i suoi limiti per come emergono nel dibattito degli anni Settanta fra gli ecologisti di stampo neomalthusiano (Samuel 1973, Cambourakis 2018). Mentre l’ipotesi neomalthusiana lega crescita demografica e scarsità delle risorse per giustificare le disuguaglianze sociali (Hardin 1968, Elrich 1968), d’Eaubonne (1978) avanza una riflessione sull’“illimitismo” di patriarcato e capitalismo che le consente di politicizzare il concetto di natura, mostrandone le implicazioni storiche in termini di oppressione e sfruttamento nella produzione e riproduzione sociale del capitalismo.

Attraverso questi nodi concettuali, la presente proposta vuole mostrare come d’Eaubonne giunga a definire il patriarcato una costruzione storica e non “naturale”, che viene riprodotta tramite “fallocratismo” – struttura materiale del dominio maschile – e “sessismo” – fissazione dei ruoli di genere e dell’eterosessualità come norma (1970, 1972, 1977). Nella sua opera, il rapporto tra donna e natura viene dunque liberato dall’essenzialismo. La storicizzazione del patriarcato le permette inoltre di considerare il capitalismo l’“ultimo stadio del patriarcato”. Il “patriarcato capitalista” diventa allora una categoria politica capace di cogliere la mutazione storica delle forme di oppressione e sfruttamento della donna, forme che per l’autrice sono differenziate a seconda dei contesti storici e geografici.

Nel quadro della call, attraverso l’ecofemminismo di d’Eaubonne, il contributo vuole quindi mostrare come la nozione di “naturale” abbia storicamente operato quale categoria politica in grado di informare e legittimare la società patriarcale e capitalista. La sua opera e militanza mostrano come la contestazione del “naturale” abbia avuto un ruolo decisivo nel conflitto storico tra i sessi.

Marika Giati è dottoranda in Storia contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, con un progetto dal titolo “Françoise d’Eaubonne e il problema femminista dell’ecologia”, sotto la supervisione della prof.ssa Vinzia Fiorino. Si è laureata in Scienze Storiche presso il Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, con una tesi magistrale intitolata “Cos’è l’ecofemminismo? Donna, natura e società attraverso il pensiero politico di Françoise d’Eaubonne”, sotto la direzione della prof.ssa Paola Rudan. Attualmente, è in soggiorno di ricerca presso il Centre d’études des mouvements sociaux (CEMS) dell’École des hautes études en sciences sociales (EHESS).

Discussant: Emmanuel Betta 

Seconda sessione 16.30-17.45  

Chiara Lacroix
Moda e follia: Enrico Morselli e l’idea di corpo naturale tra Otto e Novecento

Questo intervento indaga l’idea di corpo “naturale” attraverso l’analisi del rapporto tra moda e follia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Al centro dell’analisi vi sono i lavori di Enrico Morselli, psichiatra e teorico della malattia mentale, titolare della cattedra di psichiatria all’Università di Genova dal 1889 al 1929. Accanto alla sua prospettiva, si intende restituire quella delle persone internate negli ospedali psichiatrici. Sia Morselli sia gli internati contribuirono, seppur da posizioni diverse, a mettere in discussione l’idea di un corpo “naturalmente” fisso e immutabile. 

Per Morselli, la “passione degli ornamenti” costituiva un tratto istintivo dell’essere umano. Questa posizione richiamava le teorie evoluzioniste che interpretavano ornamento, abbigliamento e moda come fenomeni universali delle società umane, in continuità con comportamenti di specie animali. In questo modo, la mutabilità della moda diventava un attributo naturale dell’uomo. Non era una prospettiva scontata: la moda era spesso considerata una “perversione” o una forma di “pazzia” propria della modernità.  

Morselli oscillava così tra una concezione dell’ornamento come espressione dell’individualità umana, e la sua interpretazione come sintomo patologico. La predilezione per colori vivaci, come il rosso o il giallo, o un’attenzione eccessiva ai dettagli erano letti da lui come segni di squilibrio mentale. In particolare, secondo Morselli, l’abbigliamento diventava indice di follia quando mirava alla trasformazione identitaria, ad esempio attraverso la modifica degli abiti per farli somigliare a uniformi militari o ad abiti principeschi. Eppure, il desiderio di modellare il proprio corpo o il proprio vestiario per assumere una determinata identità non era limitato agli “alienati,” ma si inserisce nel quadro della nascente società dei consumi e dello sviluppo di tecniche come la chirurgia plastica.  

In questo contesto, è fondamentale recuperare la prospettiva di chi, dall’interno dei manicomi, continuava a esprimere preferenze estetiche e aspirazioni artistiche. I disegni raffiguranti il vestiario degli “alienati” (pubblicati nei lavori di Morselli o provenienti da cartelle psichiatriche di istituzioni di Genova) mostrano come le persone internate non fossero estranee alle mode e dinamiche sociali contemporanee. Al tempo stesso, le loro aspirazioni infrangevano i codici di classe e di decoro che regolavano l’apparenza, provocando l’indignazione di psichiatri come Morselli, ma anche costringendo la psichiatria a confrontarsi con la mutabilità delle identità e a ridefinire l’idea di corpo naturale.

Chiara Lacroix è dottoranda presso l’Istituto Universitario Europeo. Il suo progetto di ricerca esplora come le modificazioni corporee (dalla chirurgia estetica alla moda, fino alla cultura del fitness) abbiano ridefinito il rapporto tra corpo e mente in Francia e Italia a cavallo tra ‘800 e ‘900. Ha conseguito una laurea magistrale in Storia e Filosofia della Scienza presso l’Università di Utrecht e una laurea triennale in Antropologia presso l’Università di Cambridge. 

Giulia Centofante
Intersex: la concreta esperienza dei corpi normalizzati. Storia dell’intersessualità in Italia (1950-1990)

Questa ricerca si concentra sull’analisi della dimensione medico-scientifica e giuridico-politica dell’intersessualità in Italia tra il 1950 e il 1990. L’esame di questo periodo consente di analizzare le principali trasformazioni della storia dell’intersessualità e metterle in relazione con il suo processo di medicalizzazione. A partire dagli anni Cinquanta, infatti, si impone la manipolazione chirurgica dei corpi dei neonati intersex come paradigma di normalizzazione e protocollo medico di riferimento, elaborato presso la Johns Hopkins University da John Money.

Operare questa analisi permette di mettere in luce il carattere di costruzione culturale e sociale dei concetti di femminile e maschile. Il fatto che nascano esseri umani e che vengano assegnati a un sesso (e a un genere) al momento della nascita, è assunto come dato aproblematico. Tale approccio naturalizza il binarismo, lo ammanta di inevitabilità e lo ancora a una serie di costrutti naturali. Anche a fronte dell’inequivocabile dato per cui esistono casi che appaiono non classificabili in questo schema, se non come eccezioni, viene assunto implicitamente che le persone possono, e devono, essere classificate come maschio o femmina. Nonostante risultati scientifici recenti, le pratiche mediche continuano a essere finalizzate a una normalizzazione puramente estetica. Le differenze tra i corpi non sono solo medicalizzate, ma anche biomedicalizzate attraverso l’intervento tecnologico.

Dall’analisi delle fonti medico-legali del periodo emerge che l’accoglimento della domanda di rettifica anagrafica del sesso avviene esclusivamente sulla base dell’accertamento medico-legale, che risulta essere l’elemento centrale dell’iter processuale, demandando allo sguardo oggettivo del sapere medico lo svelamento del “vero sesso” attraverso una inspectio corporis, in continuità con il ruolo assunto nel secolo precedente. La rettifica può avvenire unicamente nel caso in cui sia accertata una condizione intersessuale, percepita come errore da normalizzare e correggere. Solo a partire dall’emanazione della legge 164/1982, la possibilità della rettifica viene estesa anche alle persone transessuali, rendendo di fatto meno centrale l’accertamento della natura della persona.

Giulia Centofante è dottoranda di ricerca in Studi Storici presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II (XXXIX ciclo), dove conduce un progetto sull’esperienza dei corpi intersex e i processi di normalizzazione tra il 1950 e il 1990. Laureata con lode in Scienze Storiche alla Sapienza di Roma, affianca alla ricerca accademica la progettazione e il coordinamento di iniziative in ambito associativo e culturale. Dopo aver svolto un tirocinio all’interno della Biblioteca dell’Istituto Superiore di Sanità e presso l’Archivio Centrale dello Stato, ricopre oggi il ruolo di Responsabile Organizzativa del Là Fuori – Festival della scienza e dell’arte di Roma e di attività di divulgazione negli istituti scolastici e penitenziari del Lazio. Ha collaborato alla redazione di approfondimenti storici per autori di Rai Superquark+.

Discussant: Enrica Asquer 

a cura di

quando

giovedì 26 marzo 2026 ore, dalle ore 14.30

dove

Teatrino di Palazzo Ducale

carta dei servizi

Consulta la Carta dei Servizi di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura
Leggi
Palazzo Ducale - Logo
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo da poterti offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser e svolgono funzioni come riconoscerti quando torni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web ritieni più interessanti e utili.