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Fondazione Palazzo Ducale Genova

Dal 17 febbraio al 19 marzo 2023, Ducale Spazio Aperto

Le extravaganze di un editore di provincia

Le Edizioni San Marco dei Giustiniani fondate da me e mia moglie Lilli nell’ormai lontano 1976 si inaugurarono con la pubblicazione di “Lapide 1975” del grande poeta salernitano Alfonso Gatto che seguivo, giovanissimo, con grande piacere per i suoi articoli sul ciclismo (sport di cui ero e sono grande appassionato) scritti (soprattutto, come mi confessò una volta lui stesso, per la pagnotta). Un amore a prima vista se oggi mi posso vantare di aver pubblicato molti titoli di Alfonso Gatto e di possedere, nella mia biblioteca personale tutti i suoi libri, e quasi tutti in prima edizione.

Cominciò, come dicevo, con quel poeta e la sua esile plaquette la mia avventura nel mondo della carta stampata e della poesia che, dopo oltre quarantacinque anni e ben più di trecento titoli inseriti nel mio catalogo in diverse collane, propongono i migliori poeti del nostro ’900 non solo italiano. Nata per ultima ma non da ultima, quella dedicata a “I libri possibili” (il cui primo titolo uscì per festeggiare i quarant’anni delle edizioni nel 2016) e, quindi, come sempre succede con l’ultimo nato, forse in questo momento, la preferita e dove, senza problemi, posso realizzare i sogni che ancora abitano e gratificano la mia fantasia di fanciullo ultra ottantenne. Infatti le scelte fino ad ora concretizzate sono quelle di opere di autori che scrivendo si rivolgono anche a tutta quella schiera di adulti che, seguendo il consiglio del mio amato Camillo Sbarbaro, continuano “a guardare il mondo con occhi di fanciullo” indipendentemente dalla loro età anagrafica.

Io sono da sempre affetto da una grave e purtroppo inguaribile malattia: bulimia da carta stampata e quindi nella mia onnivora e molto spesso disordinata dieta cartacea capito su libri che mi colpiscono particolarmente e mi trovai, una volta, tra le mani i “Centomila miliardi” di Raymond Queneau uno dei maggiori rappresentanti del gruppo francese d’avanguardia Oulipop nei quali il poeta francese offre al lettore, spostando da una posizione all’altra uno dei quattordici versi  che compongono la struttura del sonetto, la possibilità di comporre centomila miliardi di sonetti rimanendo affascinato dalla genialità dell’autore e del suo funambolismo. Mi pareva di avvertirvi una sfida sorniona, lanciata con spirito di superiorità tutta francese, sfida che, (come un tarlo, ogni tanto riaffiorava), io sentivo sottintesa in quei versi scritti da Raymond Queneau.

L’occasione si presentò quando chiacchierando con un mio caro amico, Nicola Ferrari, raccontai del poeta francese e dei suoi miliardi di sonetti che mi sarebbe piaciuto sfidare ed emulare. Non ricordo come, ma ad un certo punto del pomeriggio, ci ritrovammo ambedue a trasformare le nostre chiacchiere in ragionamenti molto concreti sulla possibilità di tentare l’avventura con le favole di La Fontaine e con l’aiuto di Nicola Ferrari e dei disegni di un altro mio amico, il pittore Guido Zibordi Marchesi, tentai l’impresa e feci uscire, le Favole dello scrittore francese, volume in grande formato, riccamente illustrato, in tiratura limitata di 99 copie, accolto con successo. A cui seguirono tutta una serie di altri volumi giunti oggi al settimo titolo con: “La danza dei sette peccati capitali” del poeta scozzese William Dumbar.

Credo che a prima vista leggendo i vari titoli della collana si abbia l’impressione che il filo rosso che li unisce sia, paradossalmente, la mancanza assoluta di un legame, ma sono convinto invece, che un certo filo interno li tenga collegati l’uno all’altro. Ed è, credo, in primo luogo la scelta personale del gusto che mi porta a inclinare senza preconcetti la mia valutazione e curiosità su uno o sull’altro autore e che, in qualche modo, leggendoli, mi parlano e mi spingono ad approfondirne la conoscenza. È come il suono di un campanellino che, d’un tratto, richiami la mia attenzione perché io mi fermi sulle loro pagine. O, anche, forse usando un esempio meno poetico e più “materiale” come quando ci si sofferma su una qualche ricetta di cucina (sono anche, lo confesso, vergognosamente, una inguaribile più che buona forchetta) con l’impressione che i vari elementi che la compongono non debbano andare d’accordo ma che poi, nell’esecuzione si riveli, al contrario, un piatto armonioso e particolarmente gustoso.

Ecco mi piace immaginare che la collana dei miei “I libri possibili” sia un piatto assai ghiotto e stuzzicante cui poter invitare tutti i lettori curiosi perché assaporino con me quanto offro loro: i volumi che con i miei amici e complici abbiamo in questi anni “sfornato”.

Buon appetito.

Giorgio Devoto