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Fondazione Palazzo Ducale Genova

Una mostra straordinaria fatta di parole, imponenti elementi scenografici, frammenti di tragedia, performer dentro teche di cristallo. Il progetto EDIPO: IO CONTAGIO – Scena e parola in mostra nella Tebe dei Re, ideato da Davide Livermore e promosso dal Teatro Nazionale di Genova in collaborazione con la Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale Genova, che lo ha accolto nei propri spazi, è nato come intervento immediato per riaffermare l’importanza della cultura teatrale in tempo di crisi e tutelare l’occupazione di attori e maestranze, nel momento in cui i teatri si sono trovati a dovere chiudere al pubblico per la seconda volta in pochi mesi.

«L’arte deve esistere e resistere», afferma il Direttore del Teatro Nazionale di Genova, Davide Livermore. Così, lanciata una call per trovare i performer (oltre 150 le candidature arrivate), si è deciso di portare avanti il progetto e ultimare l’allestimento, nonostante nel frattempo anche i Musei abbiano dovuto chiudere al pubblico. Curata dallo stesso Davide Livermore insieme a Margherita Rubino e Andrea Porcheddu, la mostra – ospitata nel Sottoporticato di Palazzo Ducale – è un percorso suddiviso in diverse stanze, dove ci si imbatte in maestosi cavalli, tappeti di sangue, una jeep esplosa, bestie macellate, mentre sei performer, ciascuno chiuso in un box trasparente, restituiscono frammenti del primo atto dell’Edipo Re di Sofocle, evocando mogli e madri che piangono mariti e figli, una comunità che si interroga sulla responsabilità dell’uomo nel disastro, capi di stato che cercano salvezza per il proprio popolo, in un crudele gioco del destino in cui si è ora vittime, ora colpevoli.

Ambientata in una Tebe devastata da un’inarrestabile pestilenza, la tragedia di Sofocle riflette in maniera implacabile il periodo storico che stiamo vivendo.

Speriamo che la situazione epidemiologica migliori quanto prima e si possano riaprire musei e teatri al pubblico, di modo da potervi invitare a visitare di persona la mostra performativa a Palazzo Ducale. Nell’attesa saranno presentati dei piccoli video, uno per ogni “stanza” di EDIPO: IO CONTAGIO, su Facebook e su Youtube.


Contagio e morte, tra i “gorghi di una marea sanguinosa”, dolore continuo su un fondo arcaico, su ritmi, metrica, musica inquietanti. È la pandemia che opprime la gente di Tebe e della quale Re Edipo si impegna a trovare la causa, il reo, il colpevole. Temendo di essere lui, quello, per un attimo: «Sono io il contagio» (v .823), scopre che è vero, e nel modo più orrendo, nel finale. Stessa autoaccusa nell’Edipo di Seneca: «Sono io che ho contagiato il mondo».
Nel prologo domina la pandemia, lo sgomento di tutti, balzano fuori le immagini di corpi stesi a terra, uomini, donne, animali. La peste sta in primo piano nel pezzo di teatro più celebre che mai sia stato scritto, una peste che era poco o nulla nel mito, una peste che Sofocle invece potenzia ed esaspera, fissando con lo scalpello quadri di violenza e disperazione che nulla sono rispetto al quadro conclusivo.
Pezzi dell’oggi possono trovare ordine, spazio, collocazione nel grande quadro composto da Sofocle a un ventennio di distanza da un’esperienza diretta di una pandemia lunga due anni, la famosa peste degli anni 431-430 a.C. . Quel contagio terrorizzò i Greci e la scrittura di Sofocle fissa un momento di sangue e panico collettivo, qui citati in sei stanze attraverso scrittura, recitazione, lingue diverse, arte, scenografie, indizi ritmici e scelte musicali. Attori e coro parlano in Edipo Re un “perpetuo oracolese” (Edoardo Sanguineti), le parole alludono ad altro e sottintendono altro, non servono a comunicare davvero e non risolvono nulla.
Così, in una delle epoche più tormentate della tormentata storia di Atene antica, l’interrogativo più profondo del coro è quello di chi teme il trionfo dell’insolenza, la fine della democrazia, il dilagare di ogni ingiustizia. Se tutto questo può ricevere onori, si chiede il coro, perché continuare a fare teatro?


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