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Fondazione Palazzo Ducale Genova

Visto il grande successo di pubblico ottenuto negli scorsi mesi di febbraio e marzo, il Teatro Nazionale di Genova in collaborazione con Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale, riallestisce EDIPO: IO CONTAGIO scena e parola in mostra nella Tebe dei Re, la mostra performativa ideata da Davide Livermore e curata dallo stesso direttore del Teatro Nazionale di Genova insieme a Margherita Rubino e Andrea Porcheddu. La mostra cambia location trasferendosi dal Sottoporticato, dove ha fatto registrare sempre il tutto esaurito, al Munizioniere, un altro suggestivo spazio espositivo all’interno di Palazzo Ducale.

Teatro, arte contemporanea e conturbanti sonorità elettroniche sono gli elementi cardine di questa mostra performativa con il quale Davide Livermore, direttore del Teatro Nazionale di Genova, intende riaffermare la centralità della cultura in tempo di crisi e riflettere sull’attuale condizione della nostra società tormentata dalla pandemia proprio come la Tebe cantata da Sofocle. Un parallelismo che rende inevitabile l’immedesimazione suscitata anche dalle parole del primo atto dell’Edipo Re, recitate da attori e performer “imprigionati” dentro a teche trasparenti, circondati da elementi scenografici spettacolari, provenienti da opere del Teatro alla Scala. Uno specchio impietoso che, mostrando la comunità tebana che si interroga sulle responsabilità dell’uomo nel disastro, suggerisce al visitatore un momento di riflessione e un potente percorso catartico.

Un percorso straordinario fatto di parole, imponenti elementi scenografici, frammenti di tragedia, performer dentro teche di cristallo. Il progetto Edipo: io contagio riflette sulla pandemia partendo da una delle più famose tragedie greche, l’Edipo Re di Sofocle, in cui il protagonista si interroga sulla terribile pestilenza che ha colpito la città da lui governata, Tebe, e su come provare ad arrestare il contagio. La tragedia di Sofocle offre uno specchio implacabile al periodo storico che stiamo vivendo, ma la mostra performativa voluta da Davide Livermore – allestita a novembre nel Sottoporticato di Palazzo Ducale e poi “congelata”, fruibile durante questi mesi attraverso una serie di video – risponde soprattutto all’urgenza di riaffermare l’importanza della cultura teatrale in tempo di crisi e all’esigenza di proteggere e tutelare l’occupazione di artisti e maestranze.

Avvolti dalle musiche inquietanti di Andrea Chenna, i visitatori si imbattono in maestosi cavalli, tappeti di sangue, una jeep esplosa, bestie macellate, mentre i performer, ciascuno chiuso in un box trasparente, recitano brevi estratti dal primo atto dell’opera di Sofocle, evocando una comunità che si interroga sulle responsabilità dell’uomo nel disastro, in un crudele gioco del destino in cui si è ora vittime, ora colpevoli.

Gli spettacolari elementi scenografici in mostra sono stati messi a disposizione dal Teatro alla Scala e provengono da quattro diversi allestimenti: Elektra del 1994, regia di Luca Ronconi e scene di Gae Aulenti; Tamerlano con la regia di Davide Livermore e le scene dello stesso Livermore e di Giò Forma (2017); Giovanna d’Arco con la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier e le scene di Christian Fenouillat (2016); Giulio Cesare in Egitto con la regia di Robert Carsen e le scene di Gideon Davy (2019).

Ambientata in una Tebe devastata da un’inarrestabile pestilenza, la tragedia di Sofocle riflette in maniera implacabile il periodo storico che stiamo vivendo.

Prenotazioni: www.teatronazionalegenova.it
Chi non avesse la possibilità di prenotare online potrà chiamare il numero 010 53421, attivo da lunedì 3 maggio alle ore 15 con i seguenti orari: dal lunedì al giovedì dalle ore 10 alle ore 13


Contagio e morte, tra i “gorghi di una marea sanguinosa”, dolore continuo su un fondo arcaico, su ritmi, metrica, musica inquietanti. È la pandemia che opprime la gente di Tebe e della quale Re Edipo si impegna a trovare la causa, il reo, il colpevole. Temendo di essere lui, quello, per un attimo: «Sono io il contagio» (v .823), scopre che è vero, e nel modo più orrendo, nel finale. Stessa autoaccusa nell’Edipo di Seneca: «Sono io che ho contagiato il mondo».
Nel prologo domina la pandemia, lo sgomento di tutti, balzano fuori le immagini di corpi stesi a terra, uomini, donne, animali. La peste sta in primo piano nel pezzo di teatro più celebre che mai sia stato scritto, una peste che era poco o nulla nel mito, una peste che Sofocle invece potenzia ed esaspera, fissando con lo scalpello quadri di violenza e disperazione che nulla sono rispetto al quadro conclusivo.
Pezzi dell’oggi possono trovare ordine, spazio, collocazione nel grande quadro composto da Sofocle a un ventennio di distanza da un’esperienza diretta di una pandemia lunga due anni, la famosa peste degli anni 431-430 a.C. . Quel contagio terrorizzò i Greci e la scrittura di Sofocle fissa un momento di sangue e panico collettivo, qui citati in sei stanze attraverso scrittura, recitazione, lingue diverse, arte, scenografie, indizi ritmici e scelte musicali. Attori e coro parlano in Edipo Re un “perpetuo oracolese” (Edoardo Sanguineti), le parole alludono ad altro e sottintendono altro, non servono a comunicare davvero e non risolvono nulla.
Così, in una delle epoche più tormentate della tormentata storia di Atene antica, l’interrogativo più profondo del coro è quello di chi teme il trionfo dell’insolenza, la fine della democrazia, il dilagare di ogni ingiustizia. Se tutto questo può ricevere onori, si chiede il coro, perché continuare a fare teatro?


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