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Fondazione Palazzo Ducale Genova

Novecento Metafisico: Le Muse Inquietanti di Giorgio de Chirico

Alcune delle vicende di uno dei dipinti più significativi e al tempo stesso misteriosi del XX secolo sono legate allo scoccare di quella guerra mondiale, drammatica e travolgente, di cui proprio questo anno celebriamo il centenario. Le Muse Inquietanti vengono dipinte da Giorgio de Chirico in quel fatidico 1918, quasi in corrispondenza della fine del conflitto. Ma cerchiamo di andare per ordine in quel breve e intenso lasso di tempo della grande guerra cui appartengono sia il quadro che il suo autore. Parigi, la domenica pomeriggio del 24 maggio 1914 in una sala della sede delle “Soirée de Paris” – antro magico delle avanguardie d’arte capitanate dall’insondabile e vulcanico poeta Guillaume Apollinaire – si tiene il concerto del giovane compositore Alberto Savinio. Andrea de Chirico ha infatti cambiato il suo nome per poter meglio affiancare, o affrancarsi, dal fratello Giorgio ed in quella sala dove sono presenti tra gli altri Picasso, Archipenko, Picabia, Max Jacob e, tra gli italiani, Ardengo Soffici che rappresenta la rivoluzionaria rivista Lacerba. Alberto affronta il pianoforte percuotendone i tasti, lanciandosi in un tempestoso combattimento che terminerà in un applauso fragoroso e sancirà quella oggi mitica identificazione dei due fratelli de Chirico nella figura dei Dioscuri dell’arte allora contemporanea. Vigila sull’andamento e sull’ambiziosa tempistica della carriera dei due giovani la figura attenta e solenne della madre, la nobildonna genovese Emma Cervetto. Giorgio ha il suo studio in Rue Campagne-Prémiere dove riceve nuovi ammiratori di quella pittura del tutto originale in cui erte prospettive, arcate cieche e piazze desolate vengono inondate da una luce nuova, antiromantica, assoluta, artificiosa. Sono le architetture ch’egli vuole rievocare come un pensiero alle città d’Italia, al lirismo delle sue piazze, all’infinito inseguirsi tra luci ed ombre delle arcate dei portici di quella che il pittore chiama l’architettura metafisica. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi, anche dopo l’attentato di Sarajevo e l’efferato inizio della guerra per la Francia. Nello studio quasi scaramanticamente nascono i nuovi protagonisti delle tele metafisiche. Sono quegli esseri senza occhi e senza volto, calvi e misteriosi, i manichini che si fanno largo nei nuovi dipinti: esseri metamorfizzati, silenziosi, enigmatici e silenti come una nuova umanità che ha superato persino l’immobilità delle statue. Poi, d’improvviso, è il 24 maggio 1915: l’Italia è in guerra, l’addio a Parigi dei due fratelli è imminente. Un treno, elemento insieme alle stazioni così presente nei nuovi dipinti parigini, li porterà al distretto militare di Firenze destinandoli a Ferrara, dove Giorgio arriva a giugno. Rinascimentale, rossa dei mattoni dei palazzi e della mole immensa e turrita del castello estense, Ferrara lo accoglie con i suoi vapori umidi i pomeriggi afosi e le lunghe prospettive di piazze e corsi semideserti. E’ l’innamoramento impossibile, l’esilio odiato e sognato. La piazza ariostea, le vie dell’addizione erculea, ricche di linee e prospettive ardite, i palazzi bugnati come da diamanti metallici, l’immenso naviglio di mattoni solenne ed inevitabile che è il castello con il suo fossato, diventano come in un sogno distaccato e sublime i protagonisti dei nuovi spazi per i dipinti. Ma la straordinarietà di questa nuova “officina ferrarese” si ritrova anche nell’originalità delle presenze che in quei fitti tre anni si incontrano a Ferrara e nella villa del Seminario, un immenso edificio settecentesco a pochi chilometri dal centro dove è possibile per de Chirico ricavare un piccolo studio di pittura. In quella stanza si incontrano Carlo Carrà, che dipinge fianco a fianco a Giorgio divenendo metafisico egli stesso , il giovane Filippo de Pisis , il poeta Corrado Govoni ed altri che renderanno quella fucina una delle cellule più esplosive e vitali delle avanguardie del secolo. Scrive de Chirico :<< in questo pomeriggio d’aprile…la mia camera è un bellissimo vascello ove posso fare viaggi avventurosi, degni d’un esploratore testardo>> e così sembra essere visto che ha appena concluso quello che è destinato a diventare il suo capolavoro, l’icona della pittura metafisica: Le Vergini Inquietanti. Questo il titolo originale di quell’opera che ora conosciamo come Le Muse inquietanti. Vi sono rappresentati tutti gli emblemi della nuova fase creativa. Su di un impiantito teatrale posto in una prospettiva inerpicata, innaturale, quasi di fuga stanno loro, i manichini interpreti e muti. Metà ancora statue, ma persa oramai ogni sembianza umana. A sinistra, ermetica e di spalle, si innalza su di un plinto mantato di pietra la musa dal capo deforme, rosso come la pelle di un manichino di sartoria. Poco più discosta, seduta, le braccia conserte ed un foro profondo nel petto l’altra protagonista. Le gambe divengono scanalature in questi esseri in metamorfosi. Ai loro piedi e dintorni, teste, cubi, prismi d’ogni colore, giocattoli superumani di dioniso. Nell’ombra a destra una statua cerca di scendere dal suo piedistallo congelata nel suo freddo gesto. E ancora al fondo l’architettura protagonista: il castello estense dalle torri quadrate e dagli stendardi al vento di un cielo verde, metallico, claustrofobico. A sinistra, affiancate da un torrione, due ciminiere simbolo della nuova civiltà, la vitalità dell’oggi, dei cantieri operosi come li chiama de Chirico. In quel silenzio impossibile, nel cielo color smeraldo privo d’ogni naturalezza, la fiamma dei mattoni del castello ha tramutato queste nuove vestali. Di un’originalità onirica, quasi da stravolto veggente, Le Muse Inquietanti entrano subito e di diritto nel crogiuolo delle nuove avanguardie dell’arte internazionale e l’arte di de Chirico ispirerà le nuove generazioni dei pittori surrealisti che lo riconosceranno come loro riferimento. Giorgio de Chirico, viaggiatore silenzioso, crea le sue muse a protezione del mistero, di quel “demone nascosto in ogni cosa” che la pittura metafisica deve scovare e celebrare. Immobili, sino a oggi, le Muse inquietanti, di cui ben poco si conosce sia del destino dell’originale che delle decine di repliche che de Chirico eseguirà, restano uno degli emblemi più alti di quel momento altissimo dove la creatività ostacola il tracimare del dramma della grande guerra.

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