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Fondazione Palazzo Ducale Genova

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In collaborazione con Centro Studi Antonio Balletto

Tutte le religioni hanno dovuto fare i conti con la necessità o la tentazione di dare figura palpabile all’oggetto della loro credenza e venerazione. Si sono così trovate davanti a domande ineludibili:
È possibile rappresentare il sacro e il divino? È lecito in qualche misura o è addirittura proibito dalla stessa Rivelazione?
Le risposte sono risultate differenti non solo tra l’una e l’altra religione, ma anche all’interno della medesima religione, come si vede, da una parte, nell’esuberanza di immagini oggetti di culto presenti in gran parte delle tradizioni, dall’altra, nei divieti opposti dall’ebraismo e dall’islam, nonché nelle divisioni interne alle chiese cristiane orientali tra iconoclastia e iconolatria nell’VIII e nel IX secolo e nella netta scissione della cristianità occidentale dall’epoca della Riforma protestante.
Anche dove la rappresentazione viene ammessa, rimangono diversi problemi: come rappresentare ciò che per definizione è irrappresentabile? Come dare figura al sacro in modo da non assolutizzare l’immagine ma mantenerla nel suo senso di rimando al trascendente?
Rispetto ai simboli delle diverse religioni oggi si ripropone in termini politicamente scottanti la questione della loro esibizione in pubblico: È accettabile il divieto vigente in molti paesi di mostrare simboli difformi da quelli della religione ufficiale dello stato? È accettabile il divieto generalizzato di qualsiasi simbolo religioso? È possibile convergere su regole ragionevoli e condivise?

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