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Fondazione Palazzo Ducale Genova

Programma
Francesco Balilla Pratella
“Giallo Pallido”, tempo per quartetto d’archi op. 39 (1924)
 
Alfredo Casella
Da “5 Pezzi per quartetto d’archi” (1920)
Ninna Nanna
Notturno
Fox-trot
 
Darius Milhaud
Quartetto d’archi n° 6, in Sol Magg. (1922)
Souple et animé
Très Lent
Très Vif e rythmé
 
Ildebrando Pizzetti
Da “3 Canzoni” per canto e quartetto d’archi (1926)
La Prigioniera
La pesca dell’Anello
 
Choros Ensemble
Elisa Franzetti – Soprano
Marino Lagomarsino, Andrea Franzetti – violini
Debora Tedeschi – Viola
Alberto Pisani – Violoncello

Gli anni ’20, i ruggenti anni ’20, rappresentano uno snodo di grande importanza ed enorme complessità nella storia dell’idea artistica. Ciò vale riguardo all’arte in generale quanto nel particolare caso dell’arte musicale qui rappresentata. In qualche modo il rivolgimento tra istanze accademiche, impulsi modernisti forse per la prima volta consapevolmente assunti, istanze sperimentaliste, reazioni nostalgiche, radicali rifiuti e altrettanto radicali adesioni, avvicinano idealmente le esperienze maturate in quel decennio cruciale a quelle esplose nei caotici ani ‘50/’70. Rivolgimento simile ad un processo di aratura delle esperienze musicali maturate nelle precedenti generazioni, durante il quale ciò che è imo diviene apicale, l’incolto affascina le élite, quello che sino ad allora abitava la periferia dell’esperienza diventa motivo centrale dell’esistente, in un continuo modificarsi di punti di vista e parole d’ordine, sullo sfondo inquietante dell’inconscio da poco scoperto. Similmente a ciò che accadrà nel ventennio ‘50/’70 – secondo dopo guerra, come il decennio che qui ci interessa è stato, appunto, il primo – accanto all’accademia ed al perpetuarsi di stilemi ereditati dal passato la cultura del moderno, affascinata dalla complicazione tecnologica e dalla complessità concettuale del momento, soddisfa la fame di piccoli gruppi di raffinati cultori, all’interno dei quali si ridefinisce un canone estetico splendidamente astratto e, per gli adepti, di assoluta ed immediata – quanto caduca – efficacia. Di fronte ad una tale varietà di approcci la scelta dei pochi brani presentati nel concerto risulta del tutto insufficiente per una descrizione che ambisca ad un grado adeguato di completezza.
Il programma è imperniato su brani composti in prevalenza da musicisti italiani, con una breve escursione oltralpe, alla ricerca di una verifica, se così si può dire, di un parallelo possibile con un brano appartenente ad un milieu affine eppure per molti aspetti assai diverso.
Il brano iniziale, che dà il titolo al concerto, è Giallo Pallido, di Francesco Balilla Pratella. Pratella è stato uno dei principali esponenti del Futurismo, anche se per molti aspetti se ne distacca per la libertà e l’autonomia che lui, “strapaesano al cento per cento” e appassionato cultore delle tradizioni artistiche popolari, non smise mai di esercitare. La composizione, splendida, serve pure ad introdurre il tema della sinestesia, centrale quanto affascinante per l’arte dei suoni e fondamentale nel magma concettuale/visivo/tattile/sonoro delle avanguardie del periodo, intente in sintesi ardite e non di rado divertenti, impegnate a dipingere e scolpire il tempo, colorare i suoni e rappresentare la macchina.
Alfredo Casella fu – insieme ad Franco Alfano, Ottorino Respighi, Ildebrando Pizzetti e Gian Francesco Malipiero – esponente di quella che verrà definita la Generazione dell’ 80: compositori nati negli anni ’80 dell’ottocento e che, ognuno a proprio modo, segneranno la vita musicale del paese sino al secondo dopoguerra. In realtà la suggestione cronologica adombra ed ingrigisce non poco il rilievo peculiare di personalità caratterizzate da grandi differenze, sia tecniche sia estetiche. Casella fu un compositore perfettamente a suo agio nei confronti delle più varie ed ardite avanguardie europee; lo si può definire un modernista perfettamente consapevole, dotato di tecnica, ingegno e fiuto. I brani eseguiti, tratti da una raccolta di 5 pezzi per quartetto d’archi, manifestano perfettamente le doti, l’attenzione e l’ecclettismo del compositore. Il Fox-trot finale è testimone della curiosità che in quel periodo la musica “da ballo” – specie quella proveniente dall’emergente giardino dell’Eden del moderno, il nord d’America – suscitava in tutti i maggiori compositori europei (uno per tutti, oltre al Nostro, Igor Stravinsky).
Il terzo brano è un quartetto del grande Musicista francese Darius Milhaud, dedicato a Francis Poulenc in ricordo di un viaggio effettuato insieme. Milhaud appartenne – insieme ad Arthur Honegger, Francis Poulenc, Germaine Tailleferre, Georges Auric e Louis Durey – al gruppo denominato Les Six: movimento musicale patrocinato da Jean Cocteau ed ispirato all’opera ed alla figura di Eric Satie. Anche nel caso dei sei compositori francesi il comune appartenere ad una estetica modernista contraddistinta dal rifiuto delle tradizioni ed orgogliosamente nazionalista, adombra le grandi differenze delle singole personalità. Milhaud riuscì ad coniugare il linguaggio personale, sempre perfettamente riconoscibile, con un grande eclettismo stilistico, alimentato dalle esperienze di viaggio, in particolare in Brasile, che lo hanno posto in contatto con culture extra “classiche” ed extra europee. Il brano eseguito è formato da tre brevi movimenti articolati secondo consuetudine – due tempi rapidi separati da un movimento lento – ma concepiti assai liberamente sotto il profilo formale. L’effetto generale è di grande suggestione visiva, nel rincorrersi ed accavallarsi di piani sonori diversi plasticamente accostati, inseriti, collusi l’uno con l’altro. In alcuni momenti la composizione ricorda un poco le esperienze cubiste.
Gli ultimi due brani sono tratti dalle Tre Canzoni per canto e quartetto d’archi di Ildebrando Pizzetti. Anch’egli appartenente alla Generazione dell’ 80, si distingue da Casella e Malipiero (avvicinandosi, semmai, ad Alfano) per una personalità meno attratta dalle più urgenti istanze moderniste. La sua è musica ancorata alla tradizione, pur nella consapevolezza di ciò che andava dipanandosi negli ambienti culturali europei, e sorretta da una tecnica molto sicura. Le Tre Canzoni sono significative dell’interesse prepotente che in quegli anni emerse un po’ ovunque verso la cultura musicale folklorica. La spinta allo studio delle musiche popolari avvenne sotto l’influsso di istanze molto varie. La crisi identitaria seguita al crollo di grandi imperi sovranazionali, così come l’orgoglio nazionalistico nei paesi usciti vincitori dal conflitto, stimolò molti grandi compositori al recupero delle proprie radici (ad esempio è notevole il lavoro di Bartok e Kodaly sulla tradizione popolare balcanica). In Italia, dopo il crollo dello stato liberale, il Fascismo favorì gli studi sulla cultura popolare delle campagne in chiave nazionalista e sciovinista, fino alla creazione, nel 1928, del Comitato Nazionale per le Tradizioni Popolari (CNTP), con il quale regime si munì di uno strumento per il controllo di questo campo di studi. Il trattamento riservato alle melodie popolari da Pizzetti è brillante e di grande godibilità. L’ordito strumentale è molto raffinato, con un sentore di musica da Salon che regala una ulteriore nota sapida al gusto robusto dei testi popolareschi.

Lo “Choros Ensemble” nasce ad opera di musicisti impegnati prevalentemente in compagini lirico/sinfoniche. Il nome scelto definisce il modulo operativo consapevolmente assunto dal gruppo. Il Choro, “pianto” o “lamento” in portoghese, è infatti una forma musicale tipica della cultura metropolitana brasiliana, caratterizzata da una grande varietà strumentale e strutturale, assunta dal compositore Heitor Villa-Lobos a simbolo del sincretismo culturale brasiliano. L’esecuzione di brani tratti da repertori assai diversi, per epoca e strumentazione, vuole essere la cifra distintiva dell’ensemble, nella ricerca di quell’appagamento e arricchimento dei singoli esecutori che sono le necessarie premesse per una concreta ed efficace trasmissione di valori, esperienze ed emozioni.

In foto il Choros Ensemble all’interno della mostra Anni Venti in Italia. L’età dell’incertezza, davanti al Ritratto di Alfredo Casella di Giorgio de Chirico post 1924 presente in mostra

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