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Fondazione Palazzo Ducale Genova

Non mi rifugerò dietro le spoglie di Alex Portnoy, l’erotomane creatura letteraria di Philip Roth, per sottolineare la centralità sensoriale del piacere fisico nella cultura ebraica.
La sua potenza, creatrice e distruttrice, è parte essenziale già del racconto biblico. La successiva codificazione rabbinica, l’imporsi della Legge, ha certo perpetuato la tradizione patriarcale senza però mai assumere la visione sessuofobica egemone in altre confessioni religiose.
Ripetutamente vi hanno fatto breccia eresie cariche di sensualità: dal falso messia Sabbatay Zevi che prende in moglie prima la Torah e poi una prostituta; fino al libertinismo sionista dei primi kibbutz e all’iconografia delle soldatesse israeliane.
Oggi la riproposizione (minoritaria) della moglie ultraortodossa dello shtetl, imparruccata o comunque rigorosamente separata, si configura come un anacronismo non poi così dissimile da quanto avviene nel mondo islamico.
La contesa intorno al corpo e alla libertà femminile si aggrappa tuttora a dogmatiche che trovano ben pochi appigli nelle verità rivelate dei monoteismi.

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